No.
Che la parola tua
non abbia a terminare
con i risvegli acceleranti della mia,
né a sperdersi
come una profonda assenza,
interminata,
tra le vicissitudini esterne,
a noi così estranee,
dei vorticosi mutamenti
delle purpuree risalite.
Quali grevi costrizioni
più obnubilanti per l’essere;
quali più declassanti,
corporee litanie.
Amore,
che mi vai spargendo e ricreando,
fiume aurorale
di tanto amore mio,
anche l’arcano anelito
che ha principiato
le nozze diafane
di quest’anima
in me si espande e in te si spinge,
sino a scindere l’atomo collettivo,
fulcro terracqueo
di un inconscio surreale che,
suo malgrado,
potrebbe frodarci d’infinito.
No.
Che la parola mia
non abbia a immergersi
nei rivoli alterni
di uno spazio atemporale
privo di un luogo a noi lecito,
favorevole,
ma che, anzi,
verace,
fluttui tra costanza e sentimento
per divenire, così,
quel fiotto di luminoso presente
innervato
alla concezione assoluta del seme,
del suo primigenio frutto,
da dissigillare
con l’intima unità della nostra essenza,
approvati, radici e germogli,
noi,
da tutte
le fondamenta immacolate dell’esistenza,
e conseguiti, padri e discendenti, per essa,
dai sette innamorati cieli
generanti vita innata nella innata vita.
(23/03/2025)